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8 – 22 MAGGIO 2026

Inaugurazione  -  Venerdì 8 maggio 2026 · ore 18.00
Sala Consiglio

Piazza della Pace  4  (ingresso da Via Lavino)

Sedi espositive
Sala Consiglio - https://maps.app.goo.gl/BD1LT47gBnPWaFxc6 Piazza della Pace, 4 – Calderino (BO) - (Ingresso da Via Lavino)

La Conserva APS - https://maps.app.goo.gl/LvVaVv6FJdvAbgpu6 Via Lavino, 89/D – Calderino (BO)

Le sedi distano circa 500 mt l’una dall’altra, sono collegate anche da un percorso pedonale.

Orari di apertura (per entrambe le due sedi)

Lun: 10.00–13.00
Mar–Mer–Ven: 14.00–18.45
Gio: 10.00–13.00 / 14.00–18.45
Sab: 10.00–13.00

Ingresso gratuito


La mostra è stata organizzata da La Conserva aps, insieme al Festival Betty B, CRAP, Radio Città Fujiko, con il patrocinio del Comune di Monte San Pietro

La scelta delle opere da collocare nelle due sedi sarà curata da BettyB Festival, seguendo un percorso narrativo che solleciti una riflessione su temi che vengono da lontano e che ancora oggi non hanno una soluzione.

Temi toccati dalla mostra: PALESTINA, LIBANO, PAESI ARABI E OCCIDENTE, PETROLIO, VALORI UNIVERSALI.

Nel programma di Betty B Festival 2025, nella tappa di Spilamberto, è stata allestita una mostra per manifestare la decisa adesione al vasto movimento per la risoluzione immediata della drammatica situazione a Gaza.A questo scopo, la mostra proporrà le opere del più grande vignettista palestinese, Naji al-Ali, ucciso a Londra nel 1987. Le sue opere, di profonda poesia, sollecitano riflessioni su questioni che vengono da lontano e purtroppo sempre attuali.

Naji Al-Ali: vita e storia

Naji Al-Ali nacque nel 1937 ad Asciagiara, in Alta Galilea, in una famiglia contadina palestinese. La sua infanzia fu segnata da un evento decisivo: nel 1948, durante la Nakba, il suo villaggio venne distrutto e la famiglia fu costretta alla fuga. Come migliaia di palestinesi, trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, in Libano.La vita nel campo era fatta di precarietà e sopravvivenza quotidiana: una tenda come casa, pochi mezzi, un futuro incerto. Proprio in questo contesto emerse il suo talento artistico. Frequentò la scuola elementare e iniziò a disegnare, trovando nel tratto una prima forma di espressione. Fin da allora i suoi disegni raccontavano ciò che lo circondava: povertà, ingiustizia e esclusione. Tuttavia fu presto costretto a lasciare gli studi per lavorare.Negli anni ’50 si spostò tra Tripoli e Beirut, vivendo nel campo di Chatila. Dopo una breve esperienza in Arabia Saudita, tornò in Libano, dove si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Beirut. Si avvicinò al panarabismo, senza mai aderire a partiti politici. Arrestato più volte per le sue idee, abbandonò gli studi e iniziò a insegnare arte a Tiro.Fu in questo periodo che scoprì la caricatura come linguaggio immediato e universale. Le sue prime vignette, pubblicate grazie allo scrittore Ghassan Kanafani, affrontavano già i temi che segneranno tutta la sua produzione: l’esilio palestinese, la dignità negata e la distanza tra potere e popolazione.

Il Kuwait: nascita di un artista militante

Negli anni ’60 si trasferì in Kuwait, dove trovò maggiore libertà di espressione. Iniziò a collaborare con diversi giornali, tra cui Assiyasat, raggiungendo un pubblico sempre più ampio.La caricatura divenne per lui uno strumento di denuncia e resistenza. Le sue opere costruirono un universo coerente di temi: la condizione dei palestinesi in esilio, la vita nei campi profughi, la povertà e le disuguaglianze sociali. Accanto a questi, denunciava la corruzione e l’autoritarismo dei regimi arabi, la mancanza di democrazia e la repressione della libertà di espressione.Un altro tema centrale era il ruolo del petrolio, visto come simbolo di ricchezza concentrata e di squilibri sociali. Il conflitto israelo-palestinese non era rappresentato solo come guerra, ma come questione di giustizia, identità e diritti negati. Allo stesso tempo criticava con forza la divisione del mondo arabo, considerata un ostacolo decisivo alla liberazione.Il suo stile semplice e diretto rendeva questi contenuti accessibili a tutti, trasformando ogni vignetta in un messaggio immediato e universale.

Beirut e la guerra civile

Nel 1974 tornò a Beirut, dove lavorò per il quotidiano Assafir durante gli anni della guerra civile. Mentre molti lasciavano il paese, Naji scelse di restare.Le sue vignette raccontavano la realtà quotidiana della guerra, ma anche le sue contraddizioni interne: la frammentazione politica, gli interessi di potere e la distanza tra leader e popolazione. Non risparmiava critiche né ai nemici esterni né alle responsabilità interne.Rimase sempre indipendente, dichiarando:
«Milito per la causa palestinese, non per le fazioni».In questi anni la sua caricatura divenne sempre più uno strumento di coscienza collettiva, capace di denunciare ipocrisie e ingiustizie senza mediazioni.

Il 1982: guerra e resistenza

Durante l’invasione israeliana del Libano, nel 1982, Naji visse direttamente bombardamenti, distruzione e carestia tra Beirut e Sidone. Dopo una breve pausa, tornò a disegnare durante l’assedio della città.Le sue vignette raccontavano la resistenza come esperienza quotidiana, fatta di dignità e sopravvivenza, non di retorica eroica. Allo stesso tempo denunciavano le conseguenze politiche delle decisioni dei leader, opponendosi a compromessi che avrebbero sacrificato i diritti dei profughi palestinesi.Dopo il massacro di Sabra e Chatila fu costretto a nascondersi per mesi. Nel 1983 pubblicò una raccolta di 250 vignette, spesso senza testo, in cui emergeva una visione netta e senza compromessi della realtà.

Scontro politico ed esilio

Tornato in Kuwait, intensificò le sue critiche. Le sue vignette attaccavano i regimi arabi, accusati di corruzione e immobilismo, e denunciavano l’influenza degli Stati Uniti nella regione. Non risparmiava neppure la leadership palestinese, criticandone la mancanza di democrazia e il distacco dalla realtà dei campi profughi.Questa coerenza radicale lo rese sempre più scomodo. Le sue opere riflettevano il malcontento popolare, ma gli costarono isolamento politico, campagne diffamatorie e, nel 1985, l’espulsione dal Kuwait.

Londra: l’ultima voce

Costretto all’esilio, si trasferì a Londra con la famiglia. Lontano dal Medio Oriente, continuò a lavorare per giornali arabi come Al-Qabas e Saut Ascia’b, ampliando il raggio della sua critica.In esilio i suoi temi divennero ancora più universali: oltre alla questione palestinese, affrontò il significato stesso dello sradicamento, raccontando l’esilio come perdita di terra, identità e appartenenza. Le sue immagini trasformavano questa condizione in esperienza umana universale.Le critiche ai regimi arabi e alle leadership politiche si fecero ancora più nette. Denunciò repressione, contraddizioni e incapacità di rappresentare i bisogni reali del popolo.Nel 1986 organizzò una mostra a Londra per sensibilizzare il pubblico internazionale sulla causa palestinese e sul diritto al ritorno. Il suo lavoro rimase sempre essenziale e diretto, lontano da ogni ricerca di fama personale.Il 22 luglio 1987 fu ferito in un attentato. Morì il 30 agosto dopo un mese di coma.La sua morte segnò la fine della sua vita, ma non del suo messaggio: le sue vignette continuano a circolare, mantenendo viva una voce che neppure l’esilio è riuscito a spegnere.
«Io disegno per coloro che non hanno voce»

Eredità nel fumetto palestinese

L’eredità di Naji Al-Ali nel fumetto palestinese è profonda e duratura. Non ha lasciato solo migliaia di vignette, ma un linguaggio visivo essenziale e potente, capace di trasformare la caricatura in strumento di coscienza politica.Dopo di lui, molte generazioni di artisti palestinesi hanno ripreso i suoi temi fondamentali — esilio, giustizia, dignità e critica al potere — adattandoli a nuovi contesti. La vignetta politica, grazie al suo lavoro, non è più solo satira, ma testimonianza e forma di resistenza.Ancora oggi il suo impatto è visibile nei fumetti, nelle illustrazioni politiche e nei murales, dove il disegno continua a essere un mezzo immediato per raccontare la realtà e denunciare l’ingiustizia.
«La mia matita è un’arma, e non smetterà di combattere finché esisterà ingiustizia»